Rete Spartaco

Rete Spartaco si riunisce in Casa Bettola per analizzare la fase attuale del capitalismo ed elaborare alternative ad esso. Per partecipare scrivete a retespartaco@gmail.com

Combattere il capitalismo oggi significa concepire un progetto nuovo, in rottura con i socialismi autoritari e statalisti che nel corso del ventesimo secolo hanno condotto in un vicolo cieco il movimento dei lavoratori e l’antagonismo sociale, soffocandone le spinte rivoluzionarie realmente creative e riconducendone le istanze nel solco del capitalismo di stato.

Rete Spartaco si pone come corrente militante che mira ad elaborare teoria e pratica di un’ipotesi alternativa alla società del capitale. L’orientamento che intendiamo tracciare muove dal protagonismo sociale di base e collettivo, rifiutando al contempo sia il dogmatismo ideologico settario sia la collocazione entro i corridoi della politica istituzionale.

Ci riconosciamo in una filiazione aperta e plurale, che affonda le sue radici nel patrimonio politico del movimento operaio, nelle sue tendenze antiautoritarie ed autogestionarie storicamente espresse nei momenti più alti della lotta di classe. A questo proposito intendiamo affermare una concezione articolata della classe lavoratrice e delle sue lotte che tenga conto delle profonde mutazioni della nostra epoca.

L’attule fase del capitale, quella neoliberista, vede scaricare sul lavoro tutte le problematiche derivanti dalla finanziarizzazione dell’economia, dalla competizione, dall’instabilità che via via si è generata e si genera fino alla drammatica accelerazione di questa fase. Siamo di fronte alla riduzione dei salari, alla frammentazione della classe, alla precarizzazione di massa, alla distruzione dello stato sociale, alla costruzione ideologica della centralità dell’impresa, alla distruzione progressiva di qualsiasi vincolo sociale al quale il capitale è sottoposto dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Il lavoro “garantito” subisce continui attacchi ed è sempre più subalterno rispetto alla congiuntura internazionale, al mercato, alla finanza e al debito. È stata operata una drammatica frammentazione della classe in tanti singoli individui che si trovano di fronte a padroni, contratti, condizioni lavorative e salariali diverse anche quando lavorano gomito a gomito nello stesso luogo e producono la stessa merce o concorrono a produrre lo stesso servizio: all’operaio massa si è ormai sostituito il precario massa.

La funzione del processo di precarizzazione che stiamo vivendo e che sta producendo un esercito di disoccupati, inoccupati e lavoratori in nero è quella di stabilire una permanente possibilità di ricatto che renda sempre meno contestabile il potere di comando del capitale sulla prestazione lavorativa. Bisogna quindi ricomporre la classe lavoratrice, insistendo sulla centralità della costruzione dei rapporti di forza per reggere lo scontro. Al centro del nostro progetto rimane lo scontro tra capitale e lavoro e l’agire del conflitto sociale come strumento, coscienti come siamo che l’emancipazione della classe lavoratrice e subalterna avviene solo per opera della classe stessa, alla quale apparteniamo.

Al conflitto fra capitale e lavoro si aggiunge quello tra capitale e natura con la crisi delle risorse energetiche, le problematiche legate allo smaltimento dei rifiuti, lo sfruttamento smisurato e la distruzione delle risorse naturali, i cambiamenti climatici e la mortificazione del territorio deturpato da inutili infrastrutture. Comprendere che il punto cruciale della questione ambientale è il conflitto tra capitale e natura significa evitare il tranello posto dalla convinzione che sia possibile, o addirittura auspicabile, riformare il capitalismo dandogli un “volto umano”, una “mano di verde” che nasconda il fine che gli è congenito, lo sfruttamento di tutte quelle risorse che permettano l’accumulazione del capitale. Lo scontro cui stiamo assistendo è il contrapporsi fra il modello di sviluppo disumanizzante imposto dalle multinazionali e dalla globalizzazione e il grido di chi, uomo e natura, esprime il proprio diritto alla vita, rifiutando di essere considerato “merce”.

Il capitalismo non è l’ultimo e definitivo stadio della storia dell’umanità.

È necessaria una nuova pratica anticapitalista che sia capace di realizzare una trasformazione sociale reale.

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