Pizzata della casa cantoniera

Ogni mercoledì dalle 19.00, in concomittanza con il mercato Bio-Bettola

Uno spazio di convivialità, dove trovarsi insieme a tavola per condividere la pizza e nello stesso tempo scambiare idee ed esperienze.

Un momento di partecipazione, in cui sperimentare la cultura dell’autogestione; dove chi lo desidera può dare una mano al forno e a sua volta imparare come infornare la propria pizza.

Le pizze sono fatte nel forno a legna con prodotti coltivati da piccoli contadini del territorio, con un’agricoltura contadina e biologica che rispetta la terra e chi la lavora.

Quindi, un luogo da immaginare come una piazza; un nodo d’incontro e scambio, dove ricercare nuovi modi d’intendere l’economia, la socialità e la politica.

Per info e prenotazioni: 346 379 0545

Questa non è una pizzeria

Il filo che un tempo scorreva tra campo, frumento e pasta, oppure tra orto, pomodoro e sugo, è stato tagliato. Attraverso la pizzata della casa cantoniera vorremo riannodare questo filo e renderlo visibile per poterlo seguire fino alla sua fonte.

Sul mercato, i prodotti in primo luogo non hanno un valore d’uso ma un valore di scambio, quello che interessa a chi produce non è l’utilità del prodotto ma la sua possibilità di essere scambiato. Questo fa si che la qualità rimane nell’ombra della quantità: nella serra, nel laboratorio e nella pizzeria quello che importa è che non si deve impegnare più tempo di quello necessario per produrre i pomodori, il sugo e la pizza.

E’ un processo che nessuno controlla; chi coltiva il frumento, macina la farina e inforna la pizza è spinto a modificare il suo modo di lavorare secondo forze che sono impersonali. Questo spesso significa un intensificazione dello sfruttamento della terra e chi la lavora. Un processo di produzione più meccanico nel rapporto con la natura e più gerarchico nel rapporto tra gli esseri umani.

Vogliamo provare ad invertire questa tendenza a partire da un atto semplice, dal nostro modo di fare la pizza: con la farina macinata a pietra invece della farina della grande distribuzione, con la pasta madre invece del lievito di birra, in un forno a legna invece di un forno industriale. Con verdura fresca di stagione, coltivata sul territorio e portata il giorno stesso da contadini al Mercato Bio Bettola.

Vogliamo però spostare il baricentro dal risultato al processo, dal sostantivo al verbo, perché la qualità non è solo data dalla farina, il forno e la pizza, ma soprattutto dal nostro fare: impastare, infornare, mangiare, condividere. Vogliamo trovare forme per andare oltre il lavoro che ogni giorno ci separa da quello che produciamo, per sperimentare la nostra capacità di autogestione.

Quindi, questo non è una pizzeria, ma un luogo dove nutrire le relazioni sociali e i rapporti con l’ambiente, dove cercare di andare oltre le categorie che di solito raffiguriamo, come ospiti e gestori, come produttori e consumatori: dove chi lo desidera può dare una mano al forno e a sua volta imparare come infornare la propria pizza.

Tracciabilità e prezzo sorgente

Per costruire rapporti che si basano sulla fiducia e la reciprocità, abbiamo creato un menù dove le origini dei prodotti sono tracciabili e dove il modo in cui il costo finale viene stabilito è reso evidente.

Un primo aspetto che spesso non traspare dai menù è la provenienza dei prodotti, nascondendo la scarsità, non solo degli ingredienti ma soprattutto delle relazioni con l’uomo e la natura lungo la filiera produttiva e distributiva. Per questo motivo abbiamo scelto di rendere visibile chi ha prodotto la farina, il sugo, il formaggio, l’olio e le verdure, con una breve presentazione della filosofia e la modalità di produzione del contadino o l’azienda agricola.

Un secondo aspetto che di solito non traspare dai menù è come i prezzi sono stabiliti; un processo che tante volte nasconde un concentramento di ricchezza nelle mani della distribuzione a discapito di produttori e consumatori.

Per togliere questo velo abbiamo scelto di rendere visibile i criteri con cui il costo della pizza è stato stabilito: possiamo immaginare che dividiamo la pizza in tre fette. Prima la tagliamo in due: metà è il costo della farina, il sugo, il formaggio, le verdure, l’olio e la legna del forno e va direttamente ai produttori. L’altra metà la dividiamo di nuovo in due: la prima parte è un contributo alle spese vive dello spazio, la seconda parte un contributo ad una persona che si dedica alla pizzata con continuità, come possibilità di sganciarsi dalle condizioni del lavoro precario.

Siamo consapevoli che quando si entra al forno non si esce dal mercato, non si capovolge il mondo che di solito ci pare sotto e sopra: perché lo portiamo dentro di noi, non basta togliere i vestiti che indossiamo al lavoro, traspira in ogni ambito della nostra vita.

Invece pensiamo che luoghi come questi possono essere un opportunità per prendere consapevolezza che siamo dentro, per provare di andare contro e soprattutto per trovare modi per andare oltre; dove sperimentare la possibilità di determinare la nostra stessa attività, la possibilità di poter cambiare e non soffermarsi alle forme già consolidate.

Non vogliamo andare lungo una strada privo di curve, vogliamo camminare sui sentieri che si fanno camminando.

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